SALERNO CLASSICA
IncontriAMO la Musica
In collaborazione con
Associazione Alessandro Scarlatti
Salerno Summer Concerts
Museo Diocesano 3 luglio-8 agosto
presenta
Trio De Feo
Davide De Feo, clarinetto, Alessandro De Feo, violoncello e Gabriele De Feo, pianoforte
Salerno, venerdì 24 luglio, ore 20,30 Chiostro del Museo Diocesano biglietto PostoRiservato euro 12+ Diritti.
Info.:
cell.:+39 3928435584
salernoclassica@gmail.com
Il Trio De Feo ai Salerno Summer Concerts

Sesto appuntamento con la grande musica nel chiostro del Museo diocesano di Salerno, promossi da Salerno Classica e dall’Associazione Alessandro Scarlatti. Venerdì 24 luglio alle ore 20,30 Davide De Feo, clarinetto, Alessandro De Feo, violoncello e Gabriele De Feo, pianoforte, per un programma che spazierà da Beethoven a Piazzolla
Sesto appuntamento per questa seguitissima edizione di debutto dei Salerno Summer Concerts, promossi dalla Associazione Gestione Musica, presieduta dal cellista Francesco D’Arcangelo e dall’ Associazione Alessandro Scarlatti guidata da Oreste de Divitiis, con il sostegno del Fondo Nazionale dello Spettacolo dal vivo, Ministero dei Beni Culturali e Regione Campania Legge 6/2007. Venerdì 24 luglio, nel quadriportico del Museo Diocesano, alle ore 20,30, sarà l’associazione Scarlatti a presentare il Trio De Feo, composto da Davide De Feo, clarinetto, Alessandro De Feo, violoncello e Gabriele De Feo, pianoforte. La serata principierà con il Trio in Si bemolle Maggiore Op. 11, composto da Ludwig van Beethoven nel 1797, conosciuto con il nome di "Gassenhauer-Trio". Caratterizzata da una duplice veste organica (che prevede la fungibilità del violino in luogo del clarinetto), la composizione esordisce con un nucleo tematico che anticipa, seppur embrionalmente, la materia inventiva della Sonata per pianoforte e violoncello op. 69. Tuttavia, nel corso del suo sviluppo, tale motivo assume configurazioni formali che prefigurano il futuro lirismo schubertiano. La scrittura pianistica, talora contraddistinta da un denso spessore polifonico, acquisisce nella sezione centrale dell’Adagio proporzioni di ampio respiro orchestrale; essa si permea di accenti e inflessioni espressive che precorrono nitidamente i tratti del “romanticismo post-beethoveniano”. Gli Adagi dell'autore risultano così profondi proprio perché sostenuti da un’intensa aura di religiosità. La Sonata da chiesa si fonde qui con quella da camera in una sintesi organica, capace di far convivere l'ansia di trascendenza e la spinta vitale, compenetrandole reciprocamente. Il movimento conclusivo si articola in una serie di variazioni su un tema tratto dall'opera L'Amore Marinaro (ovvero Il Corsaro per amore) di Joseph Weigl — compositore di origine ungherese, condiscepolo di Beethoven sotto la guida di Albrechtsberger e Salieri. Il titolo teatrale in questione era andato in scena a Vienna nell'ottobre del 1797; fu l'editore Artaria a sollecitare Beethoven affinché impiegasse il motivo dell'aria «Pria ch'io l'impegno» quale tema per il ciclo di variazioni posto a chiusura del Trio. Stando alla testimonianza di Carl Czerny, Beethoven si rammaricò in seguito di non aver coronato l'opera con un finale autonomo successivo al ciclo variazionale. Ciononostante, il Trio non tradisce alcuna discontinuità formale né appare incompleto: le nove variazioni sul tema grazioso e arguto di Weigl ne costituiscono una conclusione estremamente efficace, offrendo un saggio di straordinario interesse di quella che diverrà la monumentale arte della variazione beethoveniana. Si passerà poi, a Michail Ivanovič Glinka, con il suo “Trio pathétique” in re minore, una formazione, questa che portava nei ritrovi mondani la piacevole brezza dei giardini profumati d’estate, il soffio di un’aria pura che il naturalismo sapeva cogliere e apprezzare, ma anche il gusto per l’amabile conversazione di chi sa dialogare senza pretendere di convincere, come se l’intera esistenza non fosse nulla più che un gioco intelligente di persone civili. L’opera è una brillante pagina da camera scritta tra il 1827 e il 1832 durante il soggiorno in Italia del compositore. Originariamente concepito per clarinetto, fagotto e pianoforte, fonde l'eleganza melodica del bel canto italiano con la solida struttura del classicismo tedesco. Si articola in quattro movimenti che scorrono senza interruzione, offrendo un continuo contrasto tra momenti drammatici ed esuberanza ritmica, un Allegro moderato, con la sua melodia cantabile e malinconica, di respiro quasi operistico, che introduce atmosfere a tratti drammatiche, lo Scherzo, Vivacissimo, brioso e scattante, che alleggerisce la tensione del primo tempo attraverso una continua varietà ritmica, il Largo, intenso e riflessivo che funge da cerniera, ricca di pathos e di marcata espressività e l’Allegro con spirito, un finale risoluto che chiude l'opera con vigore ed energia. Si passerà, quindi a Las cuatro Estaciones porteñas di Astor Piazzolla, da cui ascolteremo una trascrizione di Primavera Porteña e Otoño Porteño, composte tra il 1964 e il 1970; originariamente concepite per il suo Quintetto, nel quale egli stesso suonava il bandoneon e dedicate al porto di Buenos Aires, da cui l’aggettivo porteñas, uniscono elementi diversi come il tango, la musica colta europea e molti ritmi jazz. Ognuna di queste pagine è stata sottoposta a svariati arrangiamenti con i più diversi organici per essere diffusa in tutto il mondo, seguendo il desiderio del musicista marplatense di essere eseguito al di fuori del suo paese.

Desiderio condiviso con Vivaldi che proprio attraverso l’Estro Armonico (1711) si affacciò sulla scena internazionale, facendo pubblicare ad Amsterdam l’intero libro dalla “famosa mano” del tipografo Estienne Roger assicurandosi la diffusione e la fama internazionale presso i compositori ma, soprattutto, presso i numerosi “dilettanti” avidi di nuova musica da eseguire. Ognuno di questi brani è una sorta di sintetico concerto in cui alle parti cadenzate da cellule ritmiche strettamente derivate dal tango tradizionale, con un fraseggio in cui una veemente tensione ripudia i colori pastello, si alternano parentesi in cui il ritmo si fa largo se non evanescente ed è ingemmato dai rapinosi, palpitanti e felicissimi doni dell’estro melodico piazzolliano che, anche nel lasso di poche battute, riesce a raggiungere la sfera più profonda e sensibile di chi ascolta. In ogni stagione, Piazzolla cita fedelmente alcuni frammenti melodici o ritmici di ciascuna corrispondente e speculare stagione vivaldiana, e li trasforma fino a renderli quasi irriconoscibili, spesso trattandoli come contrappunto alle melodie del violino. Se Vivaldi si ispira fedelmente alla natura e ai cambiamenti che questa subisce al mutare delle stagioni, Piazzolla invece sembra descrivere la varietà delle emozioni umane, in un clima che non conosce i rigidi freddi europei, dove l’aria è costantemente densa e pregna di sensualità e la musica è attraversata dal più ampio spettro degli stati d’animo: da una calma dolce o piena di dolore alla violenza della passione. Finale con il Trio di Nino Rota, l’amico magico, un autore del quale molto si sa e si apprezza, per quanto riguarda la sua produzione di musiche per il cinema e poco o nulla, purtroppo, di ciò che si scrisse nell’ambito della musica sinfonica, da camera e strumentale. Questo Trio è uno splendido esempio della felice vena compositiva di Rota, ricca di invenzioni ritmiche e melodiche, mai banale, ma semmai capace di coinvolgere l’ascoltatore in uno scambio di emozioni intimo e serrato. Un brano, datato 1973, i cui tre movimenti che si articolano in Allegro-Andante-Allegrissimo, sono caratterizzati da una vivace atmosfera che vivifica scherzosamente gli scambi strumentali di una pagina squisita, in cui troviamo il Rota più intimo e spontaneo, costantemente teso tra eleganza, sommessa malinconia e sorridente cordialità, tale da costituire il ritratto più rispondente ed efficace di una personalità apparentemente sfuggente. Una sintesi stilistica quest’opera, attuata in maniera sistematica che va dallo stile neoclassico sino all’uso di un linguaggio armonico, talvolta anche fortemente cromatico, pur sempre sostenuto dalla rotiana vena melodica, spontanea e quasi lirica con cedimenti al modernismo propri degli ultimi lavori, proprio del finale.
COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA