ULRICH EGGER
La solitudine dell’architettura
a cura di Pietro Gaglianò
Galleria Il Ponte - Firenze
8 maggio - 31 luglio 2026
opening
venerdì 8 maggio h 18:00
L’esibizione è accompagnata da Il Giornale
della Mostra, con testo di Pietro Gaglianò

Il Ponte prosegue la stagione espositiva con una monografica dedicata a Ulrich Egger, del quale vengono presentate fotosculture dai primi anni Duemila ad oggi.
La mostra Ulrich Egger. La solitudine dell’architettura si dipana nei due piani dello spazio attraverso una selezione di lavori di medie - grandi dimensioni in cui paesaggi industriali e urbani, costruzioni, interni e facciate in stato di abbandono sono i protagonisti soggetto del leitmotiv dell’interpretazione e della rappresentazione della caducità del mondo urbano. I suoi lavori sono un mash up di immagini e materiali industriali, avvalendosi tecnicamente dell’acciaio, del ferro, del legno, del vetro unitamente alla fotografia. La serie Impatto urbano (stampa fotografica su Dibond con cornice in alluminio, o ferro e legno), Belvedere (stampa fotografica su tela, nylon e ferro), Convivenza (su Dibond, carta da parati, neon e ferro), Die dritte Haut (su PVC, ferro e vernice a olio), Hotel Principe (su forex, intonaco e ferro), Sotterraneo (su MDF, grafite e ferro), sono scenari - per citarne alcuni - dei lavori presentati in mostra che coinvolgono lo spettatore alla presenza di queste tracce evidenti di edifici, di case piene di ricordi in essi rappresentati, a “rivivere” storie che nonostante tutto continuano a sopravvivere.
«Nelle opere di Egger le architetture, gli oggetti e i rari elementi naturali si trovano su uno stesso piano, e sono all’apparenza riconoscibili per chi guarda, ma niente è quello che sembra: l’osservatore deve decostruire e ricomporre le varie parti, tra immagine stampata e volumi tridimensionali, tra i diversi scenari, tra gli stati di consistenza materica dei materiali. In questo modo l’artista induce un turbamento nello spettatore (che è l’unica presenza corporea in un immaginario dove la figura umana è metodicamente ablata) e gli indica direzioni inaspettate, suggerisce un lavoro che va oltre la contemplazione […]. La ricerca di Ulrich Egger si dispiega secondo una sensibilità contemporanea che si rivolge a uno spettatore emancipato, non soggiogato dalla propaganda e non infantilizzato dall’intrattenimento o dalle lusinghe della partecipazione (come ci ricorda Jacques Rancière). I suoi lavori sono stratificati in innesti e sovrapposizioni che sperimentano i formati, i materiali e le possibilità dei medium, ma soprattutto mettono in discussione le narrazioni lineari. Al loro cospetto, noi spettatori siamo chiamati a elaborare strategie di lettura che sono trasversali alle tradizionali categorie dell’arte, e questo lavoro, questo esercizio coinvolge la condizione umana, implica il bisogno di volgerci al mondo e reinterpretarlo, di reagire alle narrazioni dominanti e di immaginare la possibilità di resistere». (Pietro Gaglianò, Rovine e resistenza, 2026).
Ulrich Egger, rappresentato dalla galleria Il Ponte, é stato protagonista selezionato nell’ambito di The Phair 2025 a partecipare con un progetto fotografico inedito alla I edizione della residenza artistica “Scisti e Vinisti”, promossa da CON Red Lab e Red Lab Gallery e ospitata presso The ApARTment in Salento. Il 2 maggio 2026, presso Red Lab Gallery - in partnership con Il Ponte - viene presentata la restituzione pubblica di detta residenza artistica (svolta a settembre 2025), a cura di Francesca Canfora. La mostra Scisti e Vinisti é affiancata dal talk L’inevitabile bellezza: l’Italia e l’arte delle contraddizioni.
Biografia
Ulrich Egger è nato nel 1959 a San Valentino alla Muta in provincia di Bolzano. Attualmente vive a Merano. Dal 1981 al 1986 frequenta l’Accademia delle Belle Arti di Firenze diplomandosi nella sezione di scultura. Unitamente alla scultura, molto presto rivela interessi per la fotografia e i suoi lavori-mash up di immagini e materiali industriali cominciano a riscuotere attenzione. Trattasi di paesaggi industriali e urbani, costruzioni, interni e facciate in stato di abbandono. Tecnicamente, si avvale dell’uso di diversi materiali come acciaio, ferro, legno, vetro, uniti alla fotografia. Il leitmotiv è l’interpretazione e la rapprentazione della caducitá del mondo urbano. Nelle opere precedenti, tipica è l’assenza della figura umana, mentre in quelle più recenti la troviamo nelle sue più diverse forme.
Oltre alle mostre personali e collettive in Italia e all’estero, l’artista si occupa anche del rapporto tra arte e architettura collaborando, nel corso degli anni, con diversi architetti, e contribuendo artisticamente alla realizzazione di opere pubbliche e private. Da tempo tratta la fotografia d’architettura e lavora su commissione per diversi studi d’architettura.
Tra le molte personali in spazi pubblici e privati si annoverano, tra le selezionate dagli anni Duemila: La misura del vuoto, Spazio Thetis, Venezia (2001); Galleria Biedermann, Monaco (2002); Sopralluogo, Galleria Plurima, Udine (2003); Sopralluoghi, Galleria Oredaria, Roma (2004); Ricostruzione, Galleria Fioretto, Padova (2006); Towndown, a cura di Valerio Dehò, Galleria Antonella Cattani, Bolzano (2008); In/finito, a cura di Daniele Capra, Galleria Plurima, Udine (2009); In nome del padre, a cura di Nicola Galvan, Oratorio di San Rocco, Padova (2011); Inside/Outside, Gallery 00A, Merano (2017); Ulrich Egger_UNHEIMLICH, a cura di Pietro Gaglianò e Antonello Tolve, Manifattura Tabacchi, Firenze (2024); Scisti e Vinisti, I edizione della residenza artistica promossa da CON Red Lab e Red Lab Gallery presso The ApARTment, Salento (settembre 2025); Ulrich Egger. Fotografie, a cura di Pietro Gaglianò, Galleria Il Ponte, Firenze (maggio 2026). Tra le collettive, oltre alla sua partecipazione reiterata a Fiere quali Artefiera Bologna, Miart Milano, ArtVerona, Artissima, Art Karlsruhe (dal 2000 in poi), si citano MART Trento e Rovereto (2000); Art Innsbruck, Kunst Koln (2002); Bruxelles Expo (2004); Plurima 35, a cura di Federico Sardella, Galleria Plurima, Udine (2008); LIV Biennale di Venezia, Eventi Collaterali (a cura di Martina Cavallerin, 2011); VIENNAFAIR, Oredaria Arti Contemporanee, Roma (2012); Modes of Democracy, Dox Centre for Contemporary Art, Praga (2014); ICEBERG, a cura di Conny Cossa, Das verborgene Museum, Palais Mamming Museum, Merano (2016); The Game, a che gioco giochiamo?, a cura di Lisa Trockner, Palazzo Ducale Massa (2017); UpCycle - Quando l’arte reinventa il mondo - RESIDENZA DELL’AMBASCIATA D’ITALIA, a cura di Antonello Tolve e Silvio Mignano (2022); Artefiera, Bologna - con Galleria Il Ponte (2025).
Ulrich Egger. Rovine e resistenza.
L’atteggiamento di Ulrich Egger di fronte ai panorami che raccoglie e poi condensa nel suo lavoro si può interpretare come una postura malinconica. Accostandomi alla sua ricerca a distanza di qualche anno torno sui miei passi e suggerisco una risonanza che in un precedente testo avevo negato, pur riconoscendo nelle sue opere “un sentimento di solitudine metafisica”. Il suo modo di considerare le cose e lo spazio tra loro ha qualcosa in comune con il punto di vista della pittura metafisica di Giorgio De Chirico, lo sguardo di qualcuno che “non accetta nulla così com’è, mette in risalto tutto quello che lo scalfisce, scopre in ogni cosa ciò che altrimenti è invisibile” (così ne scrive lo studioso magiaro László F. Földényi in un prezioso saggio del 2018). Nelle opere di Egger le architetture, gli oggetti e i rari elementi naturali si trovano su uno stesso piano, e sono all’apparenza riconoscibili per chi guarda, ma niente è quello che sembra: l’osservatore deve decostruire e ricomporre le varie parti, tra immagine stampata e volumi tridimensionali, tra i diversi scenari, tra gli stati di consistenza materica dei materiali. In questo modo l’artista induce un turbamento nello spettatore (che è l’unica presenza corporea in un immaginario dove la figura umana è metodicamente ablata) e gli indica direzioni inaspettate, suggerisce un lavoro che va oltre la contemplazione.
Propongo ancora l’accostamento tra Egger e De Chirico per un’ulteriore riflessione, chiarendo che riguarda una condizione mentale precedente l’opera, anche se in questa riflessa, e nemmeno un po’ i suoi aspetti formali o linguistici. In entrambi i casi, gli autori mettono in scena una visione dai connotati completamente europei nella tradizione architettonica e urbanistica, nei riferimenti iconografici, nella inquietante predestinazione che si stende come un ombra dal Rinascimento fino a oggi. Nelle silenziose città metafisiche, così come nei panorami in macerie, si coniugano i termini di uno stesso fallimento che stentiamo ancora a riconoscere, un paesaggio fatto di rovine ma anche di resistenza. Tra le crepe degli edifici classicheggianti, con la solitudine dei monumenti e il tempo immobile, e ugualmente sulla superficie corrosa dei palazzi sventrati e negli interni prosciugati di ogni vita, tutto appare inevitabilmente postumo rispetto a un disastro naturale o, più verosimilmente, a una crisi scatenata da forze innescate dagli umani. Tutti questi scenari possono essere utilizzati come strumenti epistemologici per articolare una critica a una cultura politica e sociale, quella che a partire dall’imperialismo coloniale si è evoluta come pratica estrattiva, come culto del profitto, un’atrocità dopo l’altra, fino all’orlo del baratro. Nel pittore metafisico tale critica suona come una professione di dubbio e una sospensione del giudizio, nel lavoro di Egger invece si declina come la denuncia verso l’ultimo atto di un fatale fraintendimento del vivere insieme.
Fin qui le rovine. La resistenza, menzionata poco sopra come parte costitutiva dei paesaggi in questione, si trova nell’esperienza dell’arte, nell’atto stesso della costruzione di immagini che si sottraggono alla documentazione e si espandono nella figurazione, nel suggerimento di una possibilità, di un’alternativa, che si rivela anche nel rapporto tra l’opera e chi l’osserva.
In questa prospettiva, la ricerca di Ulrich Egger si dispiega secondo una sensibilità contemporanea che si rivolge a uno spettatore emancipato, non soggiogato dalla propaganda e non infantilizzato dall’intrattenimento o dalle lusinghe della partecipazione (come ci ricorda Jacques Rancière). I suoi lavori sono stratificati in innesti e sovrapposizioni che sperimentano i formati, i materiali e le possibilità dei medium, ma soprattutto mettono in discussione le narrazioni lineari. Al loro cospetto, noi spettatori siamo chiamati a elaborare strategie di lettura che sono trasversali alle tradizionali categorie dell’arte, e questo lavoro, questo esercizio coinvolge la condizione umana, implica il bisogno di volgerci al mondo e reinterpretarlo, di reagire alle narrazioni dominanti e di immaginare la possibilità di resistere.
(Pietro Gaglianò)
INFO:
Galleria Il Ponte - Firenze
Via di Mezzo, 42/b
Firenze FI
COME DA COMUNICAZIONE RICEVUTA